FIRENZE - L’associazione "Apuane Libere" ha presentato ricorso al Tar della Toscana contro l’autorizzazione alla riapertura di due cave dismesse nel Parco delle Alpi Apuane. Gli ambientalisti denunciano irregolarità procedurali e rischi per biodiversità e paesaggio, criticando anche l’ordinanza del sindaco di Vagli che limita l’accesso alla montagna e accusando la Regione di non aver mai aperto un confronto sul futuro dell’area
Apuane Libere ha annunciato il deposito di un ricorso al Tar della Toscana contro l’autorizzazione alla riapertura di due cave dismesse nel Parco delle Alpi Apuane. Secondo l’associazione ambientalista, il provvedimento presenterebbe gravi criticità dal punto di vista procedurale e ambientale e la riapertura sarebbe un danno turistico per la zona dell’Eremo di San Viano.
Dito puntato anche contro il sindaco di Vagli, Mario Puglia, per un’ordinanza che vieta l’accesso alla montagna e ai bacini estrattivi del Comune. Un provvedimento che, secondo Apuane Libere, impedirebbe attività come escursionismo, alpinismo, speleologia e raccolta di funghi e che viene interpretato come un tentativo di limitare la possibilità di documentare le criticità ambientali della zona. E non sono mancate le critiche alla Regione Toscana, accusata di non aver mai aperto un confronto con gli ambientalisti nonostante le richieste di incontro presentate già dal 2022.
Durante l’incontro sono stati illustrati i contenuti tecnici del ricorso, evidenziando i punti ritenuti problematici: la presunta assenza di verifiche sulla Valutazione Ambientale Strategica e sulla Valutazione di incidenza in un’area con habitat protetti, la mancanza di una reale analisi degli effetti sulla biodiversità e l’assenza di un confronto con le possibilità di rinaturalizzazione previste dalle linee guida europee. Contestata inoltre un’istruttoria giudicata lacunosa sugli aspetti paesaggistici, oltre alla presunta incompetenza dell’organo che ha firmato l’autorizzazione: il direttore del Parco anziché il dirigente tecnico ministeriale competente.
Tra i motivi del ricorso figurano anche l’utilizzo ritenuto improprio del meccanismo del silenzio-assenso da parte della Soprintendenza e la mancata valutazione degli usi civici su terreni di proprietà collettiva interessati dal progetto estrattivo.
Per Apuane Libere il ricorso non è solo un passaggio legale, ma l’ennesimo capitolo di una battaglia più ampia per il futuro delle montagne. «Non si tratta di essere contro il lavoro – hanno ribadito gli attivisti – ma di difendere un territorio fragile e unico, che non può continuare a essere sacrificato».
Ora la parola passa ai giudici amministrativi: dal loro pronunciamento dipenderà il destino delle cave e, secondo gli ambientalisti, anche un pezzo del futuro delle Alpi Apuane.
