Scatizzi e le sue ipotesi di pittura

LUCCA - Il colore della Toscana, la natura morta dei fiori recisi, l’essenza di un paesaggio indagato con la tavolozza, abbandonando l’esattezza del disegno. Alla Ragghianti ha aperto la mostra dedicata a Sergio Scatizzi.

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La mostra di Sergio Scatizzi, visibile alla Fondazione Ragghianti fino al 4 novembre, curata da Giovanna Uzzani, che con molta onestà intellettuale è stata intitolata “L’ipotesi della pittura”, rappresenta un tentativo di retrospettiva sull’opera di un lucchese del ‘900, forse uno dei pochissimi usciti da una dimensione provinciale e bigotta, incapace di rinnovarsi di fronte alle istanze dell’avanguardia del secolo scorso. Non a caso Scatizzi, scomparso pochi anni fa, nella mostra presentata alla Ragghianti, lascia progressivamente il disegno per fare spazio al colore in una dimensione materica pur continuando a raccontare la toscana ed in particolare al sua terra a cavallo tra Lucca e la Val di Nievole, reinventando una tradizione pittorica attraverso la riscoperta del colore e della materia, per abbandonare la tradizione del disegno e del figurativo, forse non vi riuscirà a pieno, ma il risultato è piacevo e il tentativo importante.Nato a Gragnano nel 1918, si sposta prima a Parigi e poi a Firenze, entrando in contatto con le avanguardie culturali del ‘900 e lì, forse capisce che continuare a percorrere la strada figurativa non è più possibile, a differenza della maggior parte dei toscani abbandona la matita per prendere sempre più speso la spatola, senza rinunciare alla sua tradizione culturale che si riscopre nei colori delle origini della pittura italiana.

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