Le telecamere e le frasi dei colleghi, le ossessioni dell’omicida

LUCCA - L'ossessione paranoica di essere licenziato. Sarebbe davvero solo questa la causa che ha spinto Massimo Donatini, caldaista della Lucart, ad uccidere il suo capo reparto, Francesco Sodini.

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Non ci sarebbe un altro movente. Donatini si era convinto che il suo capo avesse fatto installare delle telecamere per sorvegliarlo sul posto di lavoro. Cosa assolutamente non vera, le telecamere erano stato poste per monitorare i macchinari. Dalle pagine del ‘Tirreno’ poi trapela un altro particolare, forse quello che ha definitivamente innescato e fatto esplodere la follia covata da Donatini. Il caldaista al pm avrebbe raccontato di frasi pronunciate da alcuni colleghi, in particolare due, che lo mettevano in guardia proprio da quelle telecamere e dal pericolo di essere licenziato. In realtà si trattava di frasi dette solo per scherzo ma che su Donatini avrebbero avuto un effetto dirompente. Tanto da indurlo a rubare la pistola al padre ed a sparare al suo caporeparto. Subito dopo, il caldaista si è costituito ai carabinieri.

Donatini è stato interrogato in carcere dal giudice per le indagini preliminari, Riccardo Nerucci. Rimarrà rinchiuso al San Giorgio. La Lucart ha annunciato che il giorno del funerale di Sodini l’attività verra sospesa. E i colleghi devolveranno un’ora di lavoro alla faniglia del caporeparto ucciso.

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