PISA - Confapi esprime "la propria netta contrarietà alle ipotesi di riforma del settore artigiano attualmente all’esame del Governo, evidenziando i possibili effetti sulla competitività delle PMI industriali, sulle retribuzioni e sulle future pensioni dei lavoratori, nonché sulle entrate dello Stato".
“Un miliardo di euro in meno per le casse dello Stato, salari più bassi per i lavoratori e una possibile distorsione della concorrenza tra imprese”. È il quadro tracciato da Confapi sulle ipotesi di riforma del settore artigiano all’esame del Governo. L’associazione ribadisce la propria “netta contrarietà” e chiede all’esecutivo “di fare un passo di lato”, contestando in particolare l’ipotesi di innalzare fino a 50 il numero dei dipendenti delle imprese artigiane. Secondo Confapi, la riforma porterebbe “a una distorsione della concorrenza con le Pmi industriali, a un impoverimento dei lavoratori per una sensibile riduzione delle retribuzioni e a un ammanco per le casse pubbliche di circa un miliardo tra contributi previdenziali e Irpef”. Nel dettaglio, l’associazione stima una riduzione retributiva media di oltre il 20 per cento, da circa 35mila a meno di 27mila euro, con effetti anche sulle future pensioni dei lavoratori. E proprio sul fronte dei conti pubblici, Confapi parla di “minori entrate annue per lo Stato stimate in circa 1 miliardo”, considerando il calo dell’Irpef e dei contributi previdenziali versati all’Inps.
Per Confapi, infine, se le imprese artigiane vogliono strutturarsi come piccole industrie, “devono rinunciare ai benefici del loro status di aziende artigiane e applicare i contratti dell’industria a parità di costi e quindi di retribuzione rispetto a tutte le altre PMI industriali”.
Il comunicato
“Confapi ribadisce netta contrarietà alle ipotesi di riforma del settore artigiano all’esame del Governo circolate negli ultimi giorni e chiede all’esecutivo di fare un passo di lato in un momento fondamentale per i rapporti con mondo datoriale e sindacale. La riforma del settore, innalzando impropriamente fino a 50 il numero dei dipendenti delle imprese artigiane porterebbe a una distorsione della concorrenza con le Pmi industriali, a un impoverimento dei lavoratori per una sensibile riduzione delle retribuzioni e a un ammanco per le casse pubbliche di circa un miliardo tra contributi previdenziali e Irpef. Ulteriore conseguenza per i lavoratori: la riduzione dei salari porterà in futuro a pensioni più basse. L’ipotesi di riforma va nella direzione opposta rispetto ai temi del confronto in corso tra le Organizzazioni Datoriali e Sindacali comparativamente più rappresentative, per la riscrittura degli Accordi Interconfederali sulla rappresentanza e sulla contrattazione in attuazione del DL sul salario giusto. Principali obiettivi della trattativa infatti sono il contrasto al dumping contrattuale, la definizione delle regole della contrattazione collettiva e la salvaguardia del potere di acquisto dei salari. Secondo le ipotesi circolate, la riforma cambierebbe non solo le dimensioni delle imprese artigiane, ma lo stesso inquadramento normativo, consentendo, tra l’altro, l’apertura di nuove unità locali al di fuori della circoscrizione della Camera di Commercio di appartenenza. Di fatto si darebbe alle imprese artigiane, che godono di privilegi fiscali specifici non riconosciuti alle PMI industriali, lo status di azienda industriale. Si creerebbero piccole e medie imprese industriali mascherate da artigiane. Per Confapi la situazione è inaccettabile: a parità di dimensioni e operatività, un’impresa artigiana potrà accedere ad aiuti, sovvenzioni e bandi regionali preclusi alle Pmi industriali. Se le imprese artigiane vogliono strutturarsi come piccole industrie, a detta di Confapi devono rinunciare ai benefici del loro status di aziende artigiane e applicare i contratti dell’industria a parità di costi e quindi di retribuzione rispetto a tutte le altre PMI industriali”.
Costi altissimi per lo Stato: buco fino a 1 miliardo
“Secondo uno studio elaborato da Confapi, l’intervento determinerebbe minori entrate annue per lo Stato stimate in circa 1 miliardo, con differenziali maggiori a seconda dei settori coinvolti. A questa cifra si arriva considerando il calo delle retribuzioni (e quindi minor gettito Irpef) e contributi previdenziali versati all’Inps (calcolati su una retribuzione più bassa). Nel dettaglio, con l’applicazione del contratto artigiano si determina una riduzione retributiva media di oltre il 20% da circa 35.000 a meno di 27.000 euro. Anche gli oneri contributivi all’INPS crollerebbero da circa 9.800 euro nelle PMI a 6.000 euro nell’artigianato per ogni dipendente”.
